lunedì 25 luglio 2011
Moora.
Moora. La solita terra rossa, la nebbia di prima mattina, le strade deserte, il silenzio. Mi chiedo come passero' la giornata. Probabilmete al freddo, guardando correre i cavalli e affondando noncurante le scarpe nel fango, mentre i miei capelli si arricciano per l'umidita'. Qualche scatto, giusto per ammazzare il tempo. Click. Un cavallo si impenna. Click. Un fantino cade, chiamano l'ambulanza. Click. E' una ragazza giovane. Una ragazza che quando si risvegliera' all'ospedale non ricordera' nemmeno la gara alla quale stava partecipando. Click. Mia sorella si china sul suo cavallo per aumentare la velocita', l'espressione tesa nella concentrazione, il corpo arricciato su se stesso, bisognoso di aerodinamicita'. I minuti sembrano ore. Le ore, giorni. Si alzano tutti, dirigendosi verso casa. Moora e' troppo piccola per aver bisogno della macchina per spostarsi. E' ancora avvolta nella nebbia, nebbia di pomeriggio, filtrata da deboli raggi di luce che bucano la coltre di nuvole sopra la mia testa. Alzo lo sguardo, cosi', per curiosita'. Voglio vedere in faccia le persone che abitano Moora. Le loro espressioni cordiali sono velate di tristezza, i loro occhi consapevoli nascondono la verita' di una citta' dimenticata. Sembrano vuote. Mi rifiuto di pensare che sia cosi'. Probabilmente il freddo influenza gli animi. I riders si danno appuntamento al pub per il tea. Dal retro del pub ascolto la musica provenire dalla sala anteriore. Mi affaccio. La curiosita' ha la meglio. Uomini seduti al banco bevono e parlano forte, le loro voci dai toni gravi giungono ovattate dal fumo e dalla musica. Da un vecchio juke box, Live and let die suonata dai Guns N' Roses. La canzone finisce. Un uomo si avvicina al juke box, inserisce due dollari e torna al banco, dice "Beer, dude" e riprende a parlare con voce roca. La musica cambia. Just breath, Pearl Jam. Avanzo di qualche passo nella sala, rasente il muro per non disturbare la coreografia di alcolisti, e inizio a cantare sottovoce. Mi si avvicina un uomo dal ventre gonfio, la barba folta e le braccia tatuate. "Do you like it?" chiede con voce profonda. "I love this song" rispondo semplicemente guardando allo schermo Eddie Vedder che sprigiona la sua voce grave contrapponendola alla dolcezza degli accordi che prendono vita sotto le sue mani. L'uomo prende il portafoglio e accenna ad estrarne delle monete. "Do you want to choose a song? Three songs for two dollars". "No, thanks" rispondo cordialmente. L'uomo alza le spalle, sorride, beve un sorso di birra e si dirige verso un'altra sala dove altri uomini giocano a biliardo. Dal tavolo, mia sorella mi lancia uno sguardo preoccupato. Accanto a me c'e' un altro uomo, si avvicina zoppicante. Reggendosi alla stampella mi chiede "Where are you from?". "Italy" rispondo. "Ohh! Italy! Ciao, buongiorno, prego!". Io gli sorrido gentilmente, prendendo parte alla tendenza socievole che nasce e cresce solo in alcuni rari luoghi del mondo. Mia sorella mi tocca il braccio. "This is not the place where we're supposed to be" dice. Mi spiega che le donne e i bambini stanno nelle sale posteriori dei pub, perche' la sala anteriore e' per i vecchi ubriaconi, un luogo di ritrovo dopo una giornata di lavoro. Moora. Affascinante nella sua normalita', nuova nella sua piccolezza. Mai smettere di cercare. Puo' capitare di trovare l'inaspettato nell'inaspettabile.
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