A volte facciamo delle cose così, perchè tanto, e poi scopriamo che è stata una buona idea. Io sono per l'altruismo, per il non chiedere nulla in cambio, per il dare disinteressato.
Ma ecco cosa mi è successo ieri sera.
Stavo andando a riunione scout in bicicletta insieme ad una mia amica quando due giovani donne con due bambini in braccio ci chiedono indicazioni riguardo agli autobus per Fusina. Erano le sette e mezzo di sera. Le due ragazze sono turiste, vengono dalla Repubblica Ceca e solo una di loro parla italiano. Noi spieghiamo loro come raggiungere la fermata degli autobus, poi risaliamo in bicicletta e riprendiamo la nostra strada. Dopo neanche venti metri ci fermiamo. "Cosa dici, le accompagniamo?" chiedo alla mia amica. La strada che avevamo loro indicato non era delle più sicure. Lei mi guarda. "Dai, facciamo una B.A." dico. Inversione ad U ed eccoci a tornare indietro.
Nel frattempo le due ragazze avevano raggiunto i mariti con altri due bambini in passeggino. Ci offriamo di accompagnarle alla fermata e di controllare gli orari, poichè l'autobus che cercano è piuttosto raro e passa solo per due punti. Nel primo, scopriamo che l'ultima corsa è già passata. Nel secondo, scopriamo che non passa affatto. L'unica sarebbe prendere un autobus differente, scendere al capolinea e camminare per mezz'ora per una strada buia e, diciamolo, piuttosto pericolosa. Così almeno ci dicono due uomini che si trovavano alla fermata e, conoscendo la zona, ce lo sconsigliano. Ci suggeriscono però di chiedere al conducente di un autobus qualsiasi indicazioni affidabili.
Il tempo scorre e riceviamo una serie di telefonate preoccupate a causa del nostro ritardo a riunione. "Abbiamo trovato due ragazze ceche con bambini che hanno bisogno di andare a Fusina, stiamo trovando il modo di farle arrivare a destinazione perchè non ce la sentivamo di lasciarle da sole". Sembra una scusa impossibile. Un autobus si ferma e chiediamo al conducente se ci sono corse per Fusina. "Si, tra un'ora, ma in un'altra fermata" risponde. Decidiamo di accompagnarle. "State facendo un'opera buona" dice commosso uno dei due uomini alla fermata. Questo riempie me e la mia amica di gioia e soddisfazione. Accompagniamo le due famiglie alla fermata giusta. La ragazza che parla italiano continua a ringraziarci ma si vede che è esausta e i bambini cominciano a piangere. Raggiungiamo la fermata e decidiamo che ormai per la riunione è troppo tradi, tanto vale aspettare con loro.
Ma dalla sede scout ci chiamano e ci fanno una proposta: "Volete che accompagniamo noi queste persone a Fusina? Prendiamo due macchine e si può fare". Il mio scetticismo mi porta a pensare che sia sfiducia nei nostri confronti, come se non credessero nell'esistenza delle ragazze ceche con famiglia e tutto e volessero metterci alla prova. Comunque accettiamo e attendiamo il loro arrivo. Quando spieghiamo alla ragazza che parlava italiano la novità, questa sorride e lo comunica alla famiglia. Parlano per un pò nella loro lingua, poi la ragazza ci dice "Abbiamo pensato ad un modo per ringraziarvi. Mio marito ed io possediamo un castello nel sud della Boemia. Il fratello della mia amica fa parte degli scout europei e noi ospitiamo spesso gruppi di scout. Se per caso capitate da quelle parti o volete venirci a trovare vi ospitiamo volentieri quando volete, a voi due o anche ad un gruppo più numeroso". Detto questo, ci scrive il suo indirizzo e-mail e le indicazioni del posto in un foglio. "Grazie davvero, non so come avremmo fatto". Io e la mia amica siamo commosse. Arrivano le macchine, caricano passeggini e persone e partono in direzione Fusina.
La nostra B.A., o, nel liguaggio scout, per i bambini, Buona Azione, non solo è servita ad aiutare ma anche a farci degli amici "internazionali" che ci hanno offerto ospitalità. Siamo corse a casa col sorriso sulla faccia, a cuor leggero per un così semplice aiuto. Abbiamo cercato sul web il castello e credetemi, è davvero stupendo.
Ecco un'esperienza che ci ha lasciate positivamente colpite. Morale? E' palese, la capirete. :)
martedì 13 settembre 2011
lunedì 25 luglio 2011
Moora.
Moora. La solita terra rossa, la nebbia di prima mattina, le strade deserte, il silenzio. Mi chiedo come passero' la giornata. Probabilmete al freddo, guardando correre i cavalli e affondando noncurante le scarpe nel fango, mentre i miei capelli si arricciano per l'umidita'. Qualche scatto, giusto per ammazzare il tempo. Click. Un cavallo si impenna. Click. Un fantino cade, chiamano l'ambulanza. Click. E' una ragazza giovane. Una ragazza che quando si risvegliera' all'ospedale non ricordera' nemmeno la gara alla quale stava partecipando. Click. Mia sorella si china sul suo cavallo per aumentare la velocita', l'espressione tesa nella concentrazione, il corpo arricciato su se stesso, bisognoso di aerodinamicita'. I minuti sembrano ore. Le ore, giorni. Si alzano tutti, dirigendosi verso casa. Moora e' troppo piccola per aver bisogno della macchina per spostarsi. E' ancora avvolta nella nebbia, nebbia di pomeriggio, filtrata da deboli raggi di luce che bucano la coltre di nuvole sopra la mia testa. Alzo lo sguardo, cosi', per curiosita'. Voglio vedere in faccia le persone che abitano Moora. Le loro espressioni cordiali sono velate di tristezza, i loro occhi consapevoli nascondono la verita' di una citta' dimenticata. Sembrano vuote. Mi rifiuto di pensare che sia cosi'. Probabilmente il freddo influenza gli animi. I riders si danno appuntamento al pub per il tea. Dal retro del pub ascolto la musica provenire dalla sala anteriore. Mi affaccio. La curiosita' ha la meglio. Uomini seduti al banco bevono e parlano forte, le loro voci dai toni gravi giungono ovattate dal fumo e dalla musica. Da un vecchio juke box, Live and let die suonata dai Guns N' Roses. La canzone finisce. Un uomo si avvicina al juke box, inserisce due dollari e torna al banco, dice "Beer, dude" e riprende a parlare con voce roca. La musica cambia. Just breath, Pearl Jam. Avanzo di qualche passo nella sala, rasente il muro per non disturbare la coreografia di alcolisti, e inizio a cantare sottovoce. Mi si avvicina un uomo dal ventre gonfio, la barba folta e le braccia tatuate. "Do you like it?" chiede con voce profonda. "I love this song" rispondo semplicemente guardando allo schermo Eddie Vedder che sprigiona la sua voce grave contrapponendola alla dolcezza degli accordi che prendono vita sotto le sue mani. L'uomo prende il portafoglio e accenna ad estrarne delle monete. "Do you want to choose a song? Three songs for two dollars". "No, thanks" rispondo cordialmente. L'uomo alza le spalle, sorride, beve un sorso di birra e si dirige verso un'altra sala dove altri uomini giocano a biliardo. Dal tavolo, mia sorella mi lancia uno sguardo preoccupato. Accanto a me c'e' un altro uomo, si avvicina zoppicante. Reggendosi alla stampella mi chiede "Where are you from?". "Italy" rispondo. "Ohh! Italy! Ciao, buongiorno, prego!". Io gli sorrido gentilmente, prendendo parte alla tendenza socievole che nasce e cresce solo in alcuni rari luoghi del mondo. Mia sorella mi tocca il braccio. "This is not the place where we're supposed to be" dice. Mi spiega che le donne e i bambini stanno nelle sale posteriori dei pub, perche' la sala anteriore e' per i vecchi ubriaconi, un luogo di ritrovo dopo una giornata di lavoro. Moora. Affascinante nella sua normalita', nuova nella sua piccolezza. Mai smettere di cercare. Puo' capitare di trovare l'inaspettato nell'inaspettabile.
giovedì 30 giugno 2011
In principio...
In questo primo post, dato che non sono in vena di originalità, spiegherò perché ho deciso di creare questo blog.
Da tempo ormai maturavo l'idea di creare un blog tutto mio, ma la spintarella che ci voleva per intraprendere quest'impresa è giunta da un amico. Con un gruppo di amici abbiamo deciso di lanciarci in una folle avventura e qualcuno ha pensato di documentarla sul web. Beh, la mia intenzione non è questa. Ho solo colto l'occasione per fare ciò che rimandavo da tanto, ovvero la creazione del blog.
Si, okay, ma perché? Bene, partiamo dal confessare che io sono una persona egocentrica e allo stesso tempo timida, un cocktail singolare di caratteristiche contrastanti. Un blog anonimo mi permette di avere il mio pubblico ed esprimere i miei pensieri senza paura di essere giudicata. Posso sapere se la gente mi segue e cosa ne pensa di ciò che scrivo senza mettermi in mostra, rimanendo nell'anonimato. E' un pò come un diario segreto, ma il diario non da soddisfazioni perché è fatto appunto per non essere letto da nessuno.
Un altro interrogativo potrebbe essere la scelta del nome. Ebbene, il titolo significa "foglia in un albero" (la scelta dell'inglese conferisce al blog un'aria più poetica e "international"). E' tipico di ogni essere umano, delle donne in particolare, sentire il bisogno di essere speciali, unici. Non troveremo mai due foglie completamente identiche. D'altronde, le foglie si assomigliano un pò tutte. E' allora ogni persona unica e speciale se lo sono tutte? Si e no. E' come la storia del bicchiere: per alcuni è mezzo pieno, per altri è mezzo vuoto. Ma una foglia in un albero è solo una piccola componente dell'albero stesso, che vale esattamente quanto le altre foglie alle quali assomiglia ma dalle quali, guardando bene, in fondo in fondo si distingue. Così mi sento io. Così siamo tutti. "Leaf in a tree" è il pensiero di una tra tante.
Da tempo ormai maturavo l'idea di creare un blog tutto mio, ma la spintarella che ci voleva per intraprendere quest'impresa è giunta da un amico. Con un gruppo di amici abbiamo deciso di lanciarci in una folle avventura e qualcuno ha pensato di documentarla sul web. Beh, la mia intenzione non è questa. Ho solo colto l'occasione per fare ciò che rimandavo da tanto, ovvero la creazione del blog.
Si, okay, ma perché? Bene, partiamo dal confessare che io sono una persona egocentrica e allo stesso tempo timida, un cocktail singolare di caratteristiche contrastanti. Un blog anonimo mi permette di avere il mio pubblico ed esprimere i miei pensieri senza paura di essere giudicata. Posso sapere se la gente mi segue e cosa ne pensa di ciò che scrivo senza mettermi in mostra, rimanendo nell'anonimato. E' un pò come un diario segreto, ma il diario non da soddisfazioni perché è fatto appunto per non essere letto da nessuno.
Un altro interrogativo potrebbe essere la scelta del nome. Ebbene, il titolo significa "foglia in un albero" (la scelta dell'inglese conferisce al blog un'aria più poetica e "international"). E' tipico di ogni essere umano, delle donne in particolare, sentire il bisogno di essere speciali, unici. Non troveremo mai due foglie completamente identiche. D'altronde, le foglie si assomigliano un pò tutte. E' allora ogni persona unica e speciale se lo sono tutte? Si e no. E' come la storia del bicchiere: per alcuni è mezzo pieno, per altri è mezzo vuoto. Ma una foglia in un albero è solo una piccola componente dell'albero stesso, che vale esattamente quanto le altre foglie alle quali assomiglia ma dalle quali, guardando bene, in fondo in fondo si distingue. Così mi sento io. Così siamo tutti. "Leaf in a tree" è il pensiero di una tra tante.
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